SFINGE, PIONIERA DEL FEMMINISMO

CODRLa figura di Eugenia Codronchi Argeli (meglio conosciuta con lo pseudonimo di “Sfinge”) nel quadro della ormai dimenticata letteratura femminista dei primi decenni del Novecento

si definisce con una fiera originalità e una forza che non dovrebbero essere ignorate e sottovalutate, pertanto richiamare l’attenzione sull’opera della contessa imolese equivale a un atto di giustizia.

Prima di quattro sorelle, Eugenia Codronchi nacque a Imola il 15 aprile 1865 dal conte Giovanni Codronchi Argeli e da Giulia Pizzoli.

Il padre, uomo coltissimo, politico intrepido e fervido patriota (fu, tra i due secoli, uno dei personaggi italiani più eminenti) volle assicurare alla sua primogenita un’educazione di prim’ordine, affidandola alla pedagogista Cleopatra Lorenzini; al prof. Giovanni Federzoni; al prof. Vincenzo Balestrazzi, noto umanista del tempo e, da ultimo, Giosuè Carducci) che la spinsero a maturare un certo interesse soprattutto per Stuart Mill, Ibsen, Flora Tristan e Nietzsche.

Sfinge, di questi personaggi, accolse le istanze etiche, sociali e di costume, delineando una fisionomia nuova al femminismo sviluppato fino a quel periodo. Apprezzata soprattutto per la sua pietas verso i più deboli, per il carattere aperto fiero e anticonformista, per il virile

coraggio che la contraddistingueva e per la sua integrità morale, Sfinge dedicò la propria vita alla denuncia della situazione della donna nella società maschilista del suo tempo, mettendone in risalto i problemi psicologici derivati dalla sua presunta condizione di schiavile inferiorità all’uomo. Nella tenace attività filosofica e letteraria della Codronchi si evidenziano due tendenze antitetiche: una aristocratica, espressione del suo ceto e del cognome che era chiamata a rappresentare, e una democratica, derivata da una istintiva inclinazione verso il modo di vivere della gente semplice, povera di mezzi, ma ricca di sentimenti e vivacità psicologica, distante dall’effimera idea di “Belle époque” dei ceti abbienti (presentata soprattutto dei romanzi di D’Annunzio, da lei moralmente detestato) e, forse per questo, considerata figura scomoda. Non trovando un uomo a lei affine (pur avendo una lunga schiera di blasonati pretendenti), la Codronchi, che viaggiò molto e produsse diverse decine di romanzi, raccolte di novelle e saggi storico-filosofici, oltre che a collaborare con alcuni dei più importanti rotocalchi italiani dell’epoca, scelse la compagnia serafica di un’altra donna, Bianca Belinzaghi (1861-1943), che amava definire “Alma Soror”, simbolo di una femminilità che non va intesa come parca cultura, limitata intelligenza o frivolezza di carattere, bensì come una voce vibrante fuori dal coro maschilista della società gretta del primo ‘900. Per queste sue peculiari caratteristiche anticonformiste, quasi eroiche per una gentildonna del suo tempo, era molto stimata dal pubblico e dai suoi colleghi (fra tutti il conterraneo Giovanni Pascoli, Matilde Serao, Grazia Deledda, Vittoria Aganoor Pompilj ed Ersilia Caetani Lovatelli), che la seguirono fino al giorno della sua morte, avvenuta nel suo castello di Coccapane, il 2 giugno 1934.

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Arte Tamburini, una prestigiosa carriera

Arte Tamburini
Arte Tamburini

Prestigiosa carriera quella di Arte Tamburini il cui esordio con l’orchestra di Secondo Casadei coincide con l’irripetibile, felice e ricco momento dell’ultimo dopoguerra. La cantante, incontrata a Riolo Terme nell’ambito del concorso “Ri…Cantare a Riolo” organizzato da Giuliana Montalti, è in splendida forma. Siamo seduti nel parco cittadino: lei elegantissima come si conviene ad una vera signora. Fa caldo, ma la vivacità, la spigliatezza e la cordialità dell’artista rinfrescano l’aria. Partiamo dal nome sicuramente originale. I genitori avevano tentato invano per le due figlie maggiori, ma l’Ufficiale dello Stato Civile si oppose categoricamente: “Non è un nome che si può accostare ad una bimba”. Al terzo ed ultimo tentativo però il funzionario comunale non potè rifiutarsi. Acconsentì allo strappo esclamando: “Un nome di donna deve terminare per “a” e non per “e”. Quindi la chiameremo Arta”. E infatti, sull’estratto dell’atto di nascita è riportato proprio Arta, scivolato poi in…Arte per motivi di copione. La cantante, unica superstite dell’orchestra Secondo Casadei, è nata nella fertile campagna di Faenza, ultima di tre sorelle e da genitori contadini (ne va fierissima). Inizia a cantare d’estate proprio a Riolo Terme all’età di sedici anni all’interno di un’orchestra faentina applicandosi al genere “swinger”. Dopo pochi mesi la prima piccola svolta. Debutto al teatro Masini della sua città dove viene notata dal tenore Nilo Ossani che addirittura va a trovarla a casa e si scopre una lontana parentela con la famiglia Tamburini. Così la cantante ha l’opportunità di esibirsi in diverse piazze della Romagna come Forlì, Roncadello, Carpinello ed altre. Nel comune di Giovecca la seconda e decisiva svolta. E’ presente l’orchestra di Secondo Casadei ed il maestro rimane sorpreso dalla voce di Arte. Da poco non c’era più il cantante Giovanni Fantini e così Secondo Casadei, innovatore “ante litteram”, scrittura la prima cantante donna in un’orchestra folkloristica dopo averle chiesto la città di residenza, l’età ed altre informazioni. Doveva necessariamente essere una romagnola doc. La “prima” fu fissata per il mese di gennaio del 1952 a Celle di Faenza. “Orgogliosa  di essere figlia di agricoltori, ho debuttato quel giorno con due canzoni già famose e conosciute dal pubblico: “Grazie dei fior” e “Due gocce d’acqua”. Ero davvero carica di emozione dopo che qualcuno aveva riso di me dicendomi che facevo parte dell’orchestra campagnola delle “aie”. Ero giovanissima e tutto mi sembrava più grande di me, ma ho stretto i denti”. Il maestro Secondo Casadei le offrì un posto fisso nella sua formazione ed elencò tutte le serate future in cui esibirsi. Arte Tamburini accettò solo quella di Novafeltria in Valmarecchia ed alla fine incassò tanti complimenti dagli organizzatori che vollero ricompensarla con un extra di Lit. 3.000, oltre alla medesima cifra pattuita con Casadei. Intanto i mesi passavano ed arrivò il 1954 quando l’orchestra di Secondo Casadei venne invitata a Milano nella sede della casa discografica “La Voce del Padrone – Columbia” per un’incisione. La canzone da trasferire su un 78 giri si intitolava “Casetta mia”, ma il maestro Dino Olivieri si oppose: “E’ troppo riduttivo, occorre ampliare la dimensione dell’oggetto”. E così, tra un suggerimento ed una battuta, si arrivò ad immortalare per la prima volta  “Romagna mia”. Sottolinea Arte Tamburini che allora cantava in coppia con Fred Mariani di Forlì: “Fu subito un grande successo favorito anche dall’influenza  della riviera che faceva da ottima eco alle parole della nostra canzone unica nel suo genere”. Nel 1958 “Romagna mia” finì su un 45 giri raggiungendo picchi di vendite di centinaia di migliaia di copie. A diffondere quelle note contribuì anche l’allora ascoltatissima Radio Capodistria (Koper) e la presenza capillare dei juke box presenti un po’ ovunque. “Romagna mia –dice Arte Tamburini- è nata sotto una buona stella ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Il rapporto con l’orchestra di Secondo Casadei terminò il 31 ottobre del 1969 dopo circa diciassette anni di collaborazione. Una nuova esperienza si aprì il 1° novembre del 1969 con “Folklore di Romagna” di cui Arte così parla: “Della neonata realtà facevano parte musicisti indiscutibilmente favolosi con cui ho trascorso trenta anni della mia vita. Sono stata con loro fino al 1986 come cantante ed ho terminato nel 1999 come coordinatrice del gruppo”. Arte Tamburini conclude l’intervista con un’ultima significativa battuta: “Sono una donna felice e senza rimpianti. Per tutto quello che ho avuto ringrazio la mia famiglia e Secondo Casadei”. Ci avviamo verso il palco di “Ri…Cantare a Riolo” dove Arte riceve applausi a mani aperte soprattutto dalle giovani promesse della musica ed un abbraccio da Giuliana Montalti. Una scena d’altri tempi.

 Carla Casadio Prati                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Piero Zuffi

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Pietro Zuffi è stato il più estroso e geniale scenografo scaligero degli anni 1950/60. In quel periodo instaurò un vero e proprio sodalizio artistico con Franco Enriquez e Margherita Wallmann, memorabile fu  la rappresentazione dell’Alceste di Gluck interpretato da Maria Callas sotto la direzione di Carlo Maria Giulini.

Pietro Zuffi nacque a Imola il 28 aprile 1919, si formò all’Accademia di Belle Arti di Firenze e iniziò la carriera mettendo in scena alcuni spettacoli a Bari. Dal 1948 al 1952 visse a Parigi dove dipinse ispirandosi all’arte di Picasso e Braque.

Nel 1953 si trasferì a Milano, negli stessi anni decorò il salone delle feste dell’Andrea Doria il transatlantico affondato nel 1956 davanti alle coste statunitensi.

Dopo aver lavorato  al  Piccolo Teatro con Giorgio Strheler nella rappresentazione di Macbeth e Giulio Cesare,  approdò alla Scala dove allestì dodici spettacoli. Nel teatro di prosa collaborò con vari registi: Giorgio Albertazzi, Sandro Bolchi, Salvo Randone, disegnò anche scenografie per film di Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Roberto Rossellini.

Dal 1987 uscì di scena isolandosi sempre più nella sua casa romana fino al settembre 2006, quando mise fine tragicamente alla sua vita.

Pittore, decoratore, scenografo, costumista, regista, anticonformista aperto alle novità, può considerarsi quasi anticipatore delle visionarie sperimentazioni di Luca Ronconi.

 

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Taddeo Della Volpe

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Discendente da una antica famiglia imolese, nacque nel 1464 nella quattrocentesca dimora che ancora oggi si può ammirare nel centro di Imola lungo la Via don Bughetti..

Uomo d’armi coraggioso e abile fu uno dei capitani di ventura più famoso dei suoi tempi.

Prima al soldo dei Signori di Firenze nella guerra contro i pisani, nel 1501 combatté nelle fila di Cesare Borgia  per la conquista di Faenza. In tale occasione la perdita di un occhio ferì talmente la sua vanità da rendergli odioso farsi ritrarre.

A riconoscimento dei suoi meriti di condottiero, Cesare Borgia gli donò un feudo nel territorio di Urbino e  il titolo di cavaliere trasmissibile ai discendenti.

Il papa Giulio II della Rovere lo nominò generale comandante delle truppe “pedestri ed equestri” della guarnigione pontificia di Bologna e lo insignì di numerose onorificenze tra le quali la più importante fu quella di cavaliere dello sperone d’oro.

Nel 1511, quando Bologna cadde nelle mani dei francesi, riuscì a impedire che il suo esercito, se pure in ritirata, fosse massacrato dalle preponderanti forze nemiche.

Dopo la sanguinosa battaglia di Ravenna dell’11 aprile 1512 tra i francesi e le truppe della Lega Santa, rimase a servizio della Repubblica di Venezia. Sotto il comando di Andrea Gritti prese parte alla battaglia per la riconquista di Padova occupata dall’Imperatore d’Austria Massimiliano e durante gli scontri rimase ferito a una coscia.

Sempre al servizio di Venezia si recò in Friuli per organizzare la difesa contro gli attacchi Turchi.

Insieme a Federico Contarini e altri condottieri partecipò alla riconquista di Brescia che però non conservò a lungo la libertà e dopo pochi mesi ritornò in mano francese, in quella occasione  fu fatto prigioniero.

Riscattato dietro pagamento di 250 scudi, nel 1514 fu nominato Governatore di “cavalli leggeri” e inviato a Treviso poi in Friuli, a Gradisca fu fatto prigioniero dagli Imperiali che lo liberarono solo nel 1517 a seguito dello scambio col capitano R.Bavaro.

Della sua vita privata si sa pochissimo: ebbe due figli da una nobildonna di cui non si conosce il nome.

Morì il 12 gennaio 1534 a Venezia. Il Doge Gritti per onorarlo volle per lui funerali di stato, fu sepolto nella chiesa di Santa Marina, sulla sua tomba venne posta una statua equestre in legno dorato andata perduta durante l’invasione francese del 1797.

 

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Caterina Sforza

Caterina Sforza

 

 

          Caterina Sforza

 

 

Figlia naturale del bisbetico e squilibrato Galeazzo Maria Sforza signore di Milano, nacque nel 1462, forse nel 1463 a Milano o a Pavia, da Lucrezia moglie di Gian Pietro Landriani siniscalco di Corte. Adottata da Bona di Savoia, moglie di suo padre, che l’amò come una figlia, fu allevata alla corte degli Sforza ricevendo un’educazione accuratissima e raffinata. Per ragioni politiche nel 1477 sposò Girolamo Riario, incolto e violento capitano generale della Chiesa nonché nipote del Papa Sisto IV che li nominò Signori di Imola e Forlì. Sotto la loro signoria a Imola fiorì una breve stagione rinascimentale caratterizzata da importanti trasformazioni urbanistiche e dalla costruzione di alcuni palazzi.

Dopo la morte di Sisto IV, avvenuta nel 1484, la situazione dei Riario si fece difficile; sebbene il nuovo Papa Innocenzo VIII li riconfermasse nei loro possedimenti, in realtà ne voleva la rovina. Girolamo Riario, all’atto dell’insediamento nei suoi domini, per rendersi amiche le popolazioni, aveva tolto i dazi, ma, non potendo più attingere alle casse della Chiesa , dopo la morte dello zio, era stato costretto a ristabilire le tasse abolite, ciò lo rese inviso alla popolazione e, a seguito di una congiura a cui non erano estranei i Medici, nell’aprile 1488 venne ucciso a Forlì. Caterina riuscì a salvarsi e, dopo poco tempo, con l’aiuto delle truppe milanesi, riprese il potere su Imola e Forlì non senza aver punito i rivoltosi con durissime rappresaglie.

Reggente in nome del figlio Ottaviano, organizzò i solenni funerali del marito la cui salma  venne trasportata a Imola e tumulata nel Duomo. Dopo la conferma papale del vicariato di Imola e Forlì a Ottaviano, seguirono anni di relativa calma durante i quali Caterina si dedicò al governo del suo Stato. Molto presente nella città di Imola, fece erigere una cappella nella località di Piratello per celebrare l’apparizione della Beata Vergine a un pellegrino. Ben vista dalla popolazione, mantenne proficui rapporti con la chiesa  e la nobiltà imolese anche grazie ai favori e agli aiuti economici che riusciva a elargire quale nipote del Cardinale Ascanio Sforza. In quegli anni sposò segretamente Giacomo Feo, fratello del marito di sua sorella Bianca Landriani. Famosa, oltre che per le capacità di amministrare i suoi domini, per il coraggio e la bellezza, tra le cure di governo e della famiglia riuscì a trovare il tempo per dedicarsi alla preparazione di creme di bellezza.

Nel 1492 l’elezione del papa Alessandro VI sembrò favorirla, le furono restituiti il palazzo Riario di Roma e altri benefici concessi ai tempi di Sisto IV. 

Nel 1494 una congiura ordita dal cardinale Raffaele Riario, a cui non fu estraneo il figlio Ottaviano, portò all’assassinio  di Giacomo Feo. La vendetta di Caterina fu feroce: fece mettere a ferro e fuoco le dimore dei congiurati che furono sterminati senza pietà. Impegnata a salvaguardare  l’indipendenza dei suoi possedimenti giocò con grande abilità le sue carte destreggiandosi tra Lodovico il Moro, Firenze, che si era ribellata ai Medici su istigazione del Savonarola e il Papa.

Nel 1497 sposò Giovanni De’ Medici dal quale ebbe un figlio che passò alla storia col nome di Giovanni dalle Bande Nere, il matrimonio fu molto breve, infatti, nel volgere di un anno rimase nuovamente vedova.

Ma cieli tempestosi si stavano profilando all’orizzonte della famiglia Riario-Sforza,  Papa Alessandro VI, con l’obiettivo di costituire in Romagna un unico stato governato dal figlio Cesare, li privò del vicariato di Imola e Forlì. Dopo la caduta di Milano per mano delle truppe di Luigi XII alleato del Papa, la situazione per Caterina Sforza si fece difficilissima, cercò  di fortificare le sue città per difenderle dagli attacchi nemici, invano, di fronte alle soverchianti truppe del Borgia, prima cadde Imola, poco dopo si arrese Forlì. Caterina, in fuga, trovò rifugio nella rocca di Ravaldino che fu espugnata nel gennaio 1500. Condotta in ceppi a Roma, venne rinchiusa in Castel Sant’Angelo per oltre un anno. Liberata per intercessione del Re di Francia, fu obbligata a rinunciare per sé e per i suoi alla Signoria di Imola e Forlì.

Morì a Firenze il 28 maggio 1509 e fu sepolta nella chiesa delle Monache Murate.

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Antonio Ferri

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Antonio Ferri

 

L’abate Antonio Ferri, nacque a Imola il 10 gennaio 1655, la madre Isabella Castelli  apparteneva a una nobile famiglia bolognese.

Appassionato di studi umanistici, si dedicò con grande impegno alla giurisprudenza e alla retorica, nel 1674, conseguì a Ravenna la laurea in diritto canonico.

Trasferitosi a Roma per proseguire gli studi, fu praticante presso il giurista De Filippi. Negli stessi anni coltivò e approfondì gli studi di archeologia e paleografia.

Assai ben visto e apprezzato negli ambienti ecclesiastici romani, fu destinatario di importanti incarchi e nel 1682 fu nominato protonotario apostolico, carica di grande prestigio che può preludere anche al cardinalato.

Rientrato a Imola si occupò di ricerche storiche con indiscusso rigore e grande capacità tanto che ciò che rimane del suo lavoro è di fondamentale importanza per chiunque voglia approfondire la conoscenza della storia di Imola.

Riordinò e trascrisse le pergamene gotiche e longobarde conservate negli archivi delle chiese di San Donato, San Lorenzo, Santa Maria in Regola, San Cassiano e di molti monasteri.

Studiò e ricopiò le carte delle famiglie nobili imolesi ricostruendone le origini e le storie dei personaggi più importanti.

Appassionato di archeologia e topografia antica nell’anno 1705 diede alle stampe “La pianta esatta della moderna città di Imola e degli undici borghi che la circondano”.

Lasciò alla Biblioteca comunale di Imola un’enorme mole di materiale in parte andato perduto.

Morì a Imola il 10 dicembre 1728 e fu sepolto nella tomba di famiglia all’interno della Cattedrale.

 

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Giovanni Battista Codronchi

G.B. Codronchi

 

Nacque a Imola il 25 agosto 1547 da Alessandro e Camilla Maltachetti nobildonna bolognese.

La famiglia di origini toscane, si era trasferita a Imola nel XV secolo proveniente da Castrum Runci una località situata sulle colline tra Castel Del Rio e Fontanelice, non lontano dall’attuale Sassoleone.

Insieme ai fratelli ricevette un’ottima formazione umanistica, di seguito, si iscrisse alla facoltà di medicina presso l’Università di Bologna. Furono suoi maestri Ulisse Aldrovandi, Giulio Cesare Aranzio, Gaspare Tagliacozzi.

Laureato nel 1572 tornò a Imola dove iniziò a esercitare la professione. Medico presso l’Ospedale della Scaletta si dedicò con particolare abnegazione alla cura degli indigenti.

Fece parte fino al 1587 nel Consiglio Cittadino,   nel 1591, per il grande prestigio acquisito, fu eletto gonfaloniere,  carica che ricoprì solo per un anno non volendo rinunciare agli studi e all’esercizio della professione di medico.

Sposato con Irene Teodosi, figlia e nipote di famosi medici dell’epoca, ebbe da lei quattordici figli undici dei quali morirono prematuramente.

Rimasto vedovo nel 1618, divenne sacerdote gesuita come il fratello Tiberio.

Autore di numerosi trattati di chirurgia, farmacologia, epidemiologia, parassitologia, la sua opera più famosa, che ancora oggi suscita l’interesse degli studiosi, è il “Methodus testificandi”. Si tratta del primo vero trattato di medicina legale, pubblicato a Francoforte nel 1597.

Tra gli innumerevoli suoi scritti si ricordano:

“De aquis Rioli ac Vallissenii libellus” pubblicato nel 1579 sugli effetti e le proprietà curative delle acque minerali di Riolo Terme e Casola Valsenio;

“De christiana ac tuta medendi ratione” pubblicato nel 1595, forse uno dei primi testi di etica medica;

“De morbis veneficis ac veneficiis” pubblicato nel 1595 ove cercò di chiarire il rapporto tra la malattia e gli influssi diabolici che, a suo parere, causavano patologie per cui la medicina non trovava rimedi;

“De vitiis vocis” e “Consilium de raucedine ac contra gravidinem narium” ove descrisse l’anatomia della laringe e formulò consigli per guarire dalle affezioni della gola e della voce;

“De rabiae, hydrophobia communiter dicta” pubblicato nel 1610 in cui si occupò con sorprendente precisione dell’eziologia dell’encefalite rabbica.

Morì a Imola il 21 febbraio 1628 lasciando ai poveri gran parte dei suoi beni, fu sepolto nella cripta della cattedrale in una tomba sotto il pavimento davanti all’altare dei Santi Proietto e Maurilio.

Una medaglia con la sua effigie si trova affrescata sul soffitto della farmacia dell’Ospedale di Imola.

 

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Giovanni Sassatelli

Sassatelli

 

Capitano di ventura, nacque a Imola nel 1480 dalla più importante famiglia nobile della città.

Fu uomo d’ arme  di parte guelfa,  valoroso e temerario tanto da meritare il soprannome di “Cagnaccio” per il carattere bellicoso e violento.

Tra i contemporanei ebbe fama di “condottiero di fanti e di cavalli” mestiere che esercitò per il Papato e  per vari principi tra cui Francesco Sforza, Duca di Milano.

Nell’intento di consolidare la ricchezza e il prestigio della famiglia sposò in prime nozze Bianca Agnese dei Conti Belgioioso, rimasto vedovo, contrasse nuovo matrimonio con Laura D’Este.

La Santa Sede Romana lo fece Signore di Brisighella, Fusignano e Coriano.

Il suo nome rimane legato alla sanguinosa faida tra guelfi e ghibellini imolesi consumata nella tarda primavera del 1504.

Si tramanda che il massacro ebbe origine da una disputa banale legata alle pene d’amore di Gentile Sassatelli, fratello di Giovanni, invaghito della moglie di Francesco Calderini.

La bella dama aveva attirato anche le attenzioni di Guido Vaini,  ghibellino, che progettò insieme a un complice l’assassinio  di Gentile mentre usciva dalla Messa.

L’attentato non riuscì, ma ne seguirono violenti disordini, faziosi di entrambe le parti si scontrarono e i Vaini, sostenitori della Signoria Riario Sforza, furono esiliati.

Tornò la calma, ma per poco, nella notte tra il 21 e il 22 giugno, supportati dai ghibellini bolognesi, i Vaini, insieme a esponenti delle famiglie Tartagni, Broccardi, Codronchi, Paolucci e

altri, approfittando dell’assenza di Giovanni Sassatelli, entrarono in città  e ne attaccarono il palazzo I Sassatelli sarebbero stati sopraffatti se non fosse sopraggiunto da Forlì Cagnaccio alla testa di 150 cavalieri.

I ghibellini furono respinti e inseguiti, né  il tentativo di fuga per le vie della città valse a salvarli, la casa dei Vaini fu incendiata con tutti i suoi abitanti Un  bagno di sangue  si consumò durante la notte e il giorno seguente. Teatro principale dell’eccidio fu il vicolo Alidosi da allora ribattezzato vicolo Inferno.

I guelfi di Giovanni Sassatelli, ottennero la vittoria massacrando non solo i rivali, ma anche persone  per lo più innocenti e indifese, un vero macello che contò molte decine di vittime, intere famiglie, sospettate di simpatie per i Vaini, furono sterminate senza pietà.

In seguito a tali fatti gravissimi il governatore pontificio Stefano Negroni esiliò 841 imolesi e quasi 100 furono condannati a morte in contumacia.

Giovanni Sassatelli, divenuto di fatto signore di Imola, in autunno si recò a Roma per fare atto di sottomissione al Papa Giulio II della Rovere. Con la Bolla D’Oro del 4 novembre 1504 il Pontefice  legalizzò le confische dei beni, i bandi e le condanne a morte dei Vaini e dei loro seguaci.

Giovanni Sassatelli mori nel 1539.

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Cosimo Morelli

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Architetto, abile imprenditore, eccellente progettista, fu uno dei più importanti artefici del rinnovamento neoclassico italiano.

Nacque a Imola l’8 ottobre 1732 da genitori originari di Torricella-Taverne nel Canton  Ticino.

Fin da giovanissimo, insieme al fratello minore Luigi lavorò nei cantieri edili del padre e dello zio, l’architetto Domenico Trifogli. In quegli anni  disegnò la Chiesa di Santa Maria dell’Olivo collocata dietro alla Cattedrale di Imola.

La famiglia dei  “capomastri-costruttori comacini” Morelli, era assai stimata dal Vescovo di Imola Giancarlo Bandi, il quale, a partire dal 1752, commissionò loro importanti lavori che, negli anni,  avrebbero portato alla  trasformazione  della città e alla distruzione di buona parte della sua architettura medievale e rinascimentale.

Nel 1759 Cosimo Morelli  fu a Roma  dove si perfezionò  presso l’architetto Girolamo Theodoli. Rientrato a Imola, nei primi anni sessanta   fu impegnato nella ricostruzione della collegiata medievale di San Francesco a Lugo di Romagna, successivamente realizzò la libreria del collegio dei Gesuiti di Imola, progettò il collegio Trisi di Lugo e il Santuario della Beata Vergine del Soccorso di Bagnara di Romagna.

Nel 1765, abbattuta  la cattedrale di Imola dedicata a San Cassiano, ne fu iniziata la ricostruzione su suo progetto.

Nello stesso periodo lavorò a Macerata all’edificazione del teatro e al rifacimento del Duomo, si occupò della ricostruzione della cattedrale di Fossombrone e, per la città di Sant’Arcangelo di Romagna,  progettò l’arco trionfale del Papa Clemente XIV.

Architetto di punta della Santa Sede, grazie alla notevoli capacità tecniche e organizzative, nel 1776 ottenne  dal Papa Pio VI, suo grande estimatore, la qualifica di “architetto pontificio” e il titolo di Cavaliere dello Speron d’oro.

In ragione di tali riconoscimenti lavorò a Ravenna, Bologna, Cesena, Ferrara, Osimo; a Roma si occupò della sistemazione dell’acceso alla Basilica Vaticana da ponte Sant’Angelo e del prosciugamento delle paludi pontine, poi della costruzione di Palazzo Braschi.

Tornato a Imola iniziò i lavori della Chiesa di Santa Maria in Regola e dell’Ospedale di Santa Maria della Scaletta, progettò il complesso rurale di Sasso Morelli composto da una villa affacciata su uno spiazzo chiuso da tre quinte di case porticate.

Specialista nella progettazione di teatri, dopo aver presentato un progetto per la Fenice di Venezia, lavorò per i teatri di Ferrara, Jesi e Forlì.

Per Imola disegnò la pianta e lo spaccato del Teatro dei Cavalieri Associati che fu inaugurato il 27 luglio 1782  e andò distrutto in un incendio nel febbraio 1797, si occupò dell’ammodernamento del Palazzo Vescovile e della Chiesa di Sant’Agostino, proseguì i lavori di ristrutturazione del Palazzo Municipale rimasti incompiuti dopo la morte dell’architetto Alfonso Torreggiani  e progettò la Chiesa di Santo Stefano.

Morì a Imola il 26 febbraio 1812 e fu sepolto nella tomba della famiglia Vaini nella Chiesa di Santa Maria in Regola.

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Monsignor Pietro Poggi

m-poggi-262x300Nato a Casola Valsenio, prese i voti sacerdotali nel 1892, cappellano militare durante il primo conflitto mondiale, prestò la sua opera in favore dei profughi e dei prigionieri di guerra.

Per le sue esperienze in campo ospedaliero e sociale, in quegli anni seguiva il Brefotrofio femminile, nel 1924 fu posto al vertice del Sottocomitato della CRI di Imola. Da subito si dedicò con determinazione al perseguimento di due obiettivi prioritari: incrementare il numero dei soci e creare le condizioni affinché i bambini bisognosi di cure climatiche potessero ottenerle.

Abile organizzatore, riuscì a coinvolgere nelle sue molteplici iniziative i referenti utili a concretizzare i suoi progetti, tra i quali, uno dei più significativi, fu la creazione del PRONTO SOCCORSO che, ben presto poté contare sulla disponibilità di due autolettighe e numerosi infermieri volontari.

Per rendere pubblica l’attività svolta Croce Rossa e diffondere informazioni di carattere sanitario, fondò due notiziari “Il Pronto soccorso” e “Briciole di salute”;  convinto del valore della prevenzione in campo sanitario, Monsignor Poggi si fece promotore di svariate iniziative in particolare per fare delle colonie marine uno strumento di lotta alla tubercolosi che in quegli anni mieteva numerose vittime, sopra tutto tra i non abbienti.

La sua idea di “assistenza” precorreva i tempi, assertore della centralità del malato, si preoccupava del suo benessere e della qualità dei servizi, anche in tal senso, all’inizio degli anni trenta promosse il primo corso biennale per infermiere volontarie. Antesignano della protezione civile, accanto al pronto soccorso, progettava la presenza di veicoli attrezzati per aiutare le popolazioni colpite da calamità naturali.

Monsignor Poggi nella sua casa di Renzuno

Tanto lavoro e tanto impegno non potevano non richiamare l’attenzione e l’apprezzamento generale  talchè, le maggiori industrie imolesi dell’ epoca incominciarono a versare un sussidio annuale in favore del Pronto Soccorso, anche i comuni cittadini partecipavano attivamente alle iniziative  per raccogliere fondi e chi non poteva dare danaro offriva oggetti e altro per il successo delle pesche-lotterie. I soci dagli iniziali 200 alla fine degli anni trenta erano diventati 5500 a dimostrazione del successo del lavoro di Monsignor Poggi e dei suoi collaboratori.

Durante il secondo conflitto mondiale, nonostante il significativo coinvolgimento della CRI nell’assistenza ai militari feriti, la passione civile di Monsignor Poggi riuscì a mantenere pressoché integra la struttura di soccorso alla popolazione, agli sfollati e ai profughi. purtroppo un suo tentativo di ottenere per la città di Imola lo status di “città aperta” rimase senza effetti.

Terminata la guerra, nonostante l’età avanzata, riprese a lavorare per la riorganizzazione dei servizi, ma il suo tempo era oramai passato. Difficoltà di natura finanziaria e non solo, lo convinsero a passare la mano. Nel 1958, quasi novantenne, dopo trentaquattro anni dedicati alla sua CRI, si dimise dalla carica di Presidente del Sottocomitato di Imola. Morì nel 1960.