SFINGE, PIONIERA DEL FEMMINISMO

CODRLa figura di Eugenia Codronchi Argeli (meglio conosciuta con lo pseudonimo di “Sfinge”) nel quadro della ormai dimenticata letteratura femminista dei primi decenni del Novecento

si definisce con una fiera originalità e una forza che non dovrebbero essere ignorate e sottovalutate, pertanto richiamare l’attenzione sull’opera della contessa imolese equivale a un atto di giustizia.

Prima di quattro sorelle, Eugenia Codronchi nacque a Imola il 15 aprile 1865 dal conte Giovanni Codronchi Argeli e da Giulia Pizzoli.

Il padre, uomo coltissimo, politico intrepido e fervido patriota (fu, tra i due secoli, uno dei personaggi italiani più eminenti) volle assicurare alla sua primogenita un’educazione di prim’ordine, affidandola alla pedagogista Cleopatra Lorenzini; al prof. Giovanni Federzoni; al prof. Vincenzo Balestrazzi, noto umanista del tempo e, da ultimo, Giosuè Carducci) che la spinsero a maturare un certo interesse soprattutto per Stuart Mill, Ibsen, Flora Tristan e Nietzsche.

Sfinge, di questi personaggi, accolse le istanze etiche, sociali e di costume, delineando una fisionomia nuova al femminismo sviluppato fino a quel periodo. Apprezzata soprattutto per la sua pietas verso i più deboli, per il carattere aperto fiero e anticonformista, per il virile

coraggio che la contraddistingueva e per la sua integrità morale, Sfinge dedicò la propria vita alla denuncia della situazione della donna nella società maschilista del suo tempo, mettendone in risalto i problemi psicologici derivati dalla sua presunta condizione di schiavile inferiorità all’uomo. Nella tenace attività filosofica e letteraria della Codronchi si evidenziano due tendenze antitetiche: una aristocratica, espressione del suo ceto e del cognome che era chiamata a rappresentare, e una democratica, derivata da una istintiva inclinazione verso il modo di vivere della gente semplice, povera di mezzi, ma ricca di sentimenti e vivacità psicologica, distante dall’effimera idea di “Belle époque” dei ceti abbienti (presentata soprattutto dei romanzi di D’Annunzio, da lei moralmente detestato) e, forse per questo, considerata figura scomoda. Non trovando un uomo a lei affine (pur avendo una lunga schiera di blasonati pretendenti), la Codronchi, che viaggiò molto e produsse diverse decine di romanzi, raccolte di novelle e saggi storico-filosofici, oltre che a collaborare con alcuni dei più importanti rotocalchi italiani dell’epoca, scelse la compagnia serafica di un’altra donna, Bianca Belinzaghi (1861-1943), che amava definire “Alma Soror”, simbolo di una femminilità che non va intesa come parca cultura, limitata intelligenza o frivolezza di carattere, bensì come una voce vibrante fuori dal coro maschilista della società gretta del primo ‘900. Per queste sue peculiari caratteristiche anticonformiste, quasi eroiche per una gentildonna del suo tempo, era molto stimata dal pubblico e dai suoi colleghi (fra tutti il conterraneo Giovanni Pascoli, Matilde Serao, Grazia Deledda, Vittoria Aganoor Pompilj ed Ersilia Caetani Lovatelli), che la seguirono fino al giorno della sua morte, avvenuta nel suo castello di Coccapane, il 2 giugno 1934.

GA

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